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Kenny Burrell – Midnight Blue

«Kenny Burrell: that’s the sound I’m looking for» (Jimi Hendrix)

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Se sei un chitarrista pop o rock, devi conoscere il blues. E se sei un chitarrista blues, prima o poi allungherai un orecchio al jazz. Ma con quale disco approcciarsi a un genere così complesso e magari dare vita a una passione (o una dipendenza, come diceva Miles Davis)? Credo che questo sia il disco che fa per te.

Kenny Burrell (1931-) non è il primo nome che troverai in una ricerca di grandi nomi tra le sei-corde jazz, ma è uno dei pochi grandi della vecchia scuola ancora in vita e in attività e che, a suo modo, ha influenzato generazioni di chitarristi più giovani e audaci.

Dopo molti anni dedicati al jazz puro e semplice (si fa per dire…), nel 1967 Burrell decide di tornare alle origini sue e del genere, realizzando un album che celebra il blues con rara eleganza, senza rinunciare a un sano groove, a belle trovate ritmiche e a idee improvvisative in costante movimento.

La prima traccia, Chitlins Con Carne, è presto diventata uno standard riconoscibile e trascinante, grazie a un giro blues e a una melodia coinvolgenti che ti fanno subito pensare a un locale notturno fumoso dove la musica è quella giusta. Supportato dall’ammiccante sax tenore di Stanley Turrentine e dalla magistrale conga di Ray Barretto, Burrell si occupa contestualmente di esporre la melodia, improvvisare e accennare gli accordi quel tanto che basta per farti capire che il blues può essere semplice e raffinato come una bella donna dalla pelle scura. È forse il brano più noto dell’intera carriera di Burrell, reinterpretato innumerevoli volte, inclusa la versione elettrica e spasmodica di Stevie Ray Vaughan.

Più lente e sedute, Mule e Soul Lament presentano il musicista più riflessivo, che esplora maggiormente le possibilità del suo strumento (la mitica Gibson ES175): mentre in Mule sono i glissandi del contrabbasso di Major Holley Jr. a dettare un’atmosfera disciolta e cupa, Soul Lament vede un Burrell solitario, a tratti lirico, sempre padrone delle dinamiche e dell’estensione di una chitarra malinconica.

La successiva title-track è la perfetta sintesi dello spirito del disco: blues + jazz = KB. Dentro un giro armonico minore più elaborato e mantenuto vivo e pulsante lungo tutto il pezzo, c’è la batteria di Bill English che swinga senza sosta, come nel chorus precedente il ritorno al tema principale, sul 3° quarto delle battute, dove espone un rimshot (colpo di bacchetta sul bordo del rullante) pieno e gratificante come era raro sentire già all’epoca.

Il 6/4 di Wavy Gravy ci racconta un altro tipo di blues, in cui la voce originalissima e a tratti lasciva di Turrentine trova maggior spazio espressivo; l’agrodolce trio di Gee Baby, Ain’t I Good To You anticipa la ben più elettrizzante Saturday Night Blues, con una di quelle ritmiche sornione che ti fanno ciondolare la testa a tempo e che porta Turrentine alla sua migliore prestazione solistica dell’intero lavoro, elargendo classe e inventiva.

Le outtakes sono a buon diritto due brani effettivamente fuori linea rispetto al resto del disco: come Kenny’s Sound attinge a uno schema e a un fraseggio decisamente più bebop e frammentato, comunque non privo di energia, K Twist sembra riecheggiare troppo una Saturday Night Blues più veloce ma povera di quel sax così necessario; il beneficio è poter godere degli interventi in assolo di Barretto nel primo e Holley Jr. nel secondo.

Il book allegato al cd ripropone le note originali di Leonard Feither ed è arricchito da quelle più moderne di Bob Blumenthal. Registrato nel mitico studio di Rudy Van Gelder, il disco è stato da lui stesso rimasterizzato in digitale nel 1998, aggiungendo nuovo valore a un album che ritengo immancabile in una discografia di base per chi vuole avvicinarsi al jazz, magari con una chitarra sottobraccio.  IMG_0133b

 

Jacob Collier – In My Room (2016)

Il fenomeno in una stanza

Se frequenti YouTube alla ricerca di buona musica e belle esibizioni dal vivo, ti sarà certamente capitato di trovare tra i video consigliati per te un certo Jacob Collier. Chi è? E’ un ragazzo che nel 2011, a soli 17 anni,  ha pubblicato alcuni video in cui eseguiva delle cover di brani più o meno famosi del repertorio pop, r&b e jazz con una formula originale e accattivante: il giovane suona e canta tutte le parti strumentali e vocali delle canzoni, di cui rivede – e talvolta stravolge – l’arrangiamento, dimostrando non solo un talento fuori dal comune ma una vera e proprio visione musicale alternativa, tanto complessa quanto efficace e godibile.

Collier non è il primo YouTuber musicale ad emergere grazie alla piattaforma: i Dirty Loops sono un altro esempio piuttosto conosciuto. Da musicista e ascoltatore mi sto interrogando molto in questo periodo sull’utilità reale, le prospettive e le problematiche che questa scelta di autopromozione può generare. Sta di fatto che il londinese Jacob è riuscito, in giovanissima età e partendo da un pressoché totale anonimato, ad attirare l’attenzione di musicisti e jazzofili di mezzo mondo, tra cui tale Quincy Jones, il quale, in men che non si dica, lo ha arruolato nella sua etichetta discografica, la Qwest, e ne ha prodotto l’album d’esordio. E non poteva non intitolarsi In My Room, nella mia stanza, quella della casa materna, in cui Collier ha interamente registrato il disco, suonando pianoforte, tastiere, chitarre, bassi, batteria e una quantità notevole di percussioni; e soprattutto usando la sua duttile voce, con la quale – complice l’orecchio assoluto – è in grado di elaborare armonizzazioni vocali a dir poco incredibili. Attirato come tutti dai suoi video, realizzati con la tecnica dello split-screen che segue ogni accadimento musicale dei brani, ho voluto acquistare l’album per comprendere meglio il fenomeno.

Era prevedibile che la prima traccia, Woke Up Today, si aprisse con la sua voce, il suo marchio di fabbrica, ma con il procedere del brano ci si accorge che il vero tratto distintivo della musica di Collier è l’imprevedibilità, tanto che ogni attribuzione di genere risulterebbe stretta e inadeguata. In ogni sezione del pezzo – come in gran parte dell’intero lavoro – emerge la sua passione per la poliritmia e la disinvoltura con cui la sa concretizzare, combinando grooves irregolari con sequenze di grande complessità armonica e melodica: e la melodica è il suo inseparabile strumentino, con la quale regala uno dei suoi assoli e rinnova la stima e l’ispirazione verso l’artista che più di ogni altro è il suo faro: Stevie Wonder.

Non avevo pensato che quella In My Room fosse la cover del brano dei Beach Boys: così ne rimango piacevolmente sorpreso, soprattutto per il rispetto con cui Jacob si approccia a un’altra divinità del pop com’è Brian Wilson. L’arrangiamento è minimale, delicato, intimo: melodia e armonie procedono lente e inizialmente piuttosto fedeli all’originale, accompagnate dalle percussioni in leggero layback e dall’ukulele basso, che sostengono un raffinato solo di pianoforte, strumento in cui il ragazzo sembra eccellere già a 23 anni.

Il singolo del disco, e da molti considerata la sua autentica gemma, è Hideaway. In effetti rappresenta una sintesi fedele di questo talento, in grado di rendere interessante sotto ogni aspetto ciascun elemento della struttura-canzone, dapprima inglobando lo schema strofa-ritornello-variazione e poi reinventandolo e spiazzando l’ascoltatore con trovate ritmiche ed espressive da musicista navigato. Collier è anche una sorta di music-nerd, un ragazzo che conosce talmente tanto la musica, e la sua teoria, da trovare persino stretti alcuni suoi assiomi, come l’accordatura. La musica che oggi suoniamo e ascoltiamo è fondamentalmente intonata a partire dalla nota LA accordata a 440Hz: Collier non ci sta e sviluppa un climax che parte dall’inizio del pezzo, con un’accordatura a 432Hz, che sale fino a 440: se infatti si ascoltano le chitarre dell’inizio confrontate con quelle del finale ci si accorge di questo quasi impercettibile trucchetto, a cui lui però attribuisce una forte valenza emotiva.

Con You and I, cover di Stevie Wonder eseguita interamente con la sua voce, il ragazzo si è aggiudicato un Grammy Award per il miglior arrangiamento vocale, e le ragioni ci sono tutte: la sua inventiva armonica sembra senza limiti, come l’estensione della sua voce, che va da bassi corposi e profondi a un falsetto cristallino da voce bianca, passando per un registro medio completo sotto ogni profilo, in particolare nello spettro dinamico, a dir poco disarmante.

In Down The Line emergono le molteplici influenze musicali di Collier: sembra di ascoltare un brano di George Benson e uno di James Taylor frullati e rivisti in chiave un po’ fusion e in salsa parecchio brasiliana, come le tante percussioni e la variazione testimoniano. La successiva Now And Then I Think About You è un mashup di frammenti da tutto il disco, che funge quasi da transizione verso un ipotetico lato B, aperto dal soul-funk di Saviour. Si rinnova lo spirito e la logica espressiva di Wonder, approfondita soprattutto dal punto di vista del groove ritmico, di cui Collier è un dichiarato cultore e un abilissimo esecutore: tra nuove poliritmie, layback, ritardi, rallentamenti, invenzioni metriche, Jacob tira e rilascia il groove come se fosse un elastico; e anche questo gioco gli riesce bene.

Hajanga è forse il contributo più gioioso del lavoro, ma non meno denso di idee e ricco di colpi di scena armonici, mentre i passaggi strumentali hanno il sapore delle escursioni solistiche di Pat Metheny. Segue l’ennesimo sconvolgente arrangiamento della sigla dei Flintstones, con cui Collier, oltre ad aggiudicarsi un altro Grammy Award, conferma quella giocosità con cui un genietto ventenne è in grado di manipolare qualsiasi melodia e farne una masterclass di armonia vocale (un talento confermato dalla sua iniziativa #IHarmU, in cui Jacob armonizza e crea dei mini-arrangiamenti sulle brevi melodie che i suoi patrocinatori sparsi per il mondo gli inviano).

Con In The Real Early Morning emerge maggiormente il lato cantautorale di Jacob: è il brano in cui il testo sembra ritagliarsi uno spazio più adeguato, rispetto alle frasi brevi e spezzettate delle canzoni precedenti. Non mancano le sue frequenti e sapienti modulazioni di tonalità e un grande senso della dinamica sulle tastiere. Di questo brano Collier ha anche realizzato un arrangiamento orchestrale eseguito dalla Metropole Orkest al BBC Proms del 2016; e di recente ha ripetuto l’esperienza per Hideaway al North Sea Jazz Fest del luglio 2017.

L’ascolto si chiude con Don’t You Know, già registrata con gli Snarky Puppy nel loro Family Dinner Vol. 2. Sono 9 minuti con tutto il Jacob Collier che i suoi fans adorano: melodia forte e trascinante, armonie difficili, ritmi irregolari e percussioni a manetta, assolo di pianoforte da esperto jazzman, arrangiamento in continua mutazione, and so on; poi Jacob si alza e chiude la porta della sua stanza.

Il disco presenta una lunga nota di copertina scritta dall’artista, che ripercorre la sua storia musicale e il suo approccio artistico. Confesso che quando lo scoprii anni fa, rimasi impressionato dalla sua bravura ma non sedotto dalla sua interpretazione, e, anche terminato il disco, la mia prima sensazione non è stata entusiastica: ok, ho appena ascoltato un polistrumentista rifinito e un cantante micidiale ma mi sento quasi disorientato dalla quantità di input che ho ricevuto. L’aspetto più rilevante della musica e della personalità di Jacob Collier non è la sua innegabile tecnica: più lo ascolti e più lo vedi esibirsi, più capisci che non si tratta solo di un ragazzo che si diverte da matti a suonare e a spiazzare un pubblico che conta molti musicisti. Ho ascoltato le sue interviste e ho scoperto un ragazzo intelligente, emotivo, con un forte senso dell’etica applicato alla musica; e sono giunto alla conclusione è un artista, giovane ma sincero, che ha sviluppato un modo personale – e, per certi versi, già inarrivabile – di esprimere una musicalità straripante, di dire la sua oltre certi cliché, di ritagliarsi uno spazio e un rispetto nell’ambiente che gli garantirà di vivere di musica.

Quando nel mondo musicale viene scoperto un nuovo mostro, un talento – in genere giovanissimo – mai visto prima, è lecito chiedersi quanto durerà, cosa farà dopo, se sarà in grado di gestire ciò che ha creato o se si brucerà. Non so bene immaginare Jacob Collier tra dieci o vent’anni: lui stesso riconosce che le acrobazie del suo One Man Band Show, che sta portando in giro per il mondo da un anno, sono giuste ora, in questo momento, perché è ciò che lo ha fatto conoscere ed è ciò che la gente vuole vedere. Non credo sarà facile costruire una carriera partendo da un livello così elevato; certo è che la reputazione di Collier è già altissima e fioccano le richieste e le collaborazioni. Staremo a vedere. Intanto godetevi il suo esordio discografico. Vi saluto dalla mia di stanza, mentre stasera vorrei essere a Fiesole per vederlo dal vivo: la sola versione di Blackbird con l’harmonizer varrebbe il prezzo del biglietto.IMG_1505jc

Snarky Puppy & Metropole Orkest – SYLVA

Se oggi qualcuno mi chiedesse che musica ascolto, credo che la prima risposta sarebbe la più esauriente: Snarky Puppy.

Sì, perché non è solo un gruppo, o meglio, un gigantesco collettivo di giovani musicisti sopraffini: quel nome un po’ così, con quel logo un po’ così, è in realtà un concetto, che abbatte molte inutili distinzioni di genere, categorie e sottospecie di correnti musicali; un’idea di musica talmente vorace e sfaccettata che risultano inutili e costrittive le ormai classiche definizioni come fusion, contemporary jazz, soul r&b, etc. Il bandleader, bassista, compositore, arrangiatore e molto altro, Michael League a questa domanda risponde instrumental music, un coperchio per tante pentole, certo, ma quello che bolle in pentola ha un sapore originale, emozionante, esplosivo, coinvolgente, a tratti sublime.

È il caso di SYLVA. Il progetto nasce da durante le sessioni di registrazione del folgorante We Like It Here (2014), quando alcuni membri della Metropole Orkest – una formazione sinfonica che da molti anni si dedica con grande successo a progetti jazz e pop – assistono alla video-incisione dell’album e propongono una futura collaborazione tra i due ensemble, indubbiamente tra i migliori in circolazione, sotto ogni profilo. I brani prendono forma pochi mesi dopo: League li ha composti e li arrangia insieme al giovane direttore dell’orchestra, Jules Buckley. SYLVA si delinea, nelle intenzioni e negli ottimi risultati, come un viaggio musicale in alcune foreste e luoghi che League ha visitato nel corso della sua itinerante vita d’artista e che qui trovano un’espressione perfetta nella sinergia dei sei splendidi movimenti che si crea tra un’orchestra contemporanea e una band innovativa.

L’introduzione orchestrale di Sintra anticipa un’esplorazione che si rivelerà affascinante e densa di colpi di scena. Dal vago profumo spagnoleggiante, il 6/4 del pezzo, sostenuto da ottoni e percussioni, scivola via presto, per cedere il posto al keybass di League, che predispone già la nuova atmosfera di Flight: la melodia viene esposta in perfetta sintonia dai moog di Cory Henry e Justin Stanton, a cui, dopo una variazione, si uniscono i fiati misti band/orchestra. Spunta qui il sax tenore effettato di Chris Bullock tanto breckeriano da ricordare i fasti dei Brecker Brothers; ad alternarsi sono quindi l’organo Hammond di Henry e il Fender Rhodes di Stanton, in un dialogo botta e risposta serrato, ricco di interplay, di gioco e di amicizia. A dominare Atchafalaya è la quotatissima sezione di tromboni della Metropole, in cui spicca l’assolo magistrale di Vincent Veneman: il brano è un omaggio divertente ed energico ai suoni e alla scuola musicale di New Orleans, in cui si innesta l’abile distorta di Chris McQueen in un solo che contrappunta la melodia blues costruita su una sequenza di quattro accordi discendenti di tre semitoni. Il break è l’apoteosi del brano, con la batteria da marching band di Robert “Sput” Searight e le percussioni di Nate Werth in grande sincronia con la massa grassa e succulenta degli ottoni; ma non basta, perché la chiusura spiazza ancora, con le chitarre e i moog che disegnano un fraseggio quasi horror che scompare all’improvviso com’è arrivato.

La seconda parte del concerto ha inizio con il brano che rappresenta la sintesi più completa dell’intero lavoro. The Curtain è una suite meravigliosa, in cui i ritmi irregolari eppure così naturali della band si fondono mirabilmente con le sonorità ariose dell’orchestra. Il flicorno jazz di Jay Jennings è superbo nell’assolo, tanto accompagnato dalla band quanto integrato dai contributi orchestrali, al termine dei quali marimba e legni anticipano un funk dritto e un po’ obliquo, animato da un assolo davvero gigantesco di Michael League al basso, denso di tutto quello che il basso elettrico moderno può esprimere: dinamiche, idee, groove, fantasia. Gli stessi elementi in grado di esprimere un altro fuoriclasse, Cory Henry, che al moog dà ulteriore prova del suo talento istrionico, in costante evoluzione, ironia, inventiva, come quando unisce alla voce del synth una quarta superiore alle note eseguite. Ma con gli Snarky Puppy funziona così: quando ti abitui e godi di una certa situazione musicale, loro ti sconvolgono con un cambio imprevisto e qui non potrebbe essere più netto. Il piano solo del raffinatissimo Bill Laurance ti spezza il cuore, come se Chopin fosse tornato a dirci che la musica va bene così come sta andando in quel magico salone. E poi torna l’orchestra, che sembra uscita da una colonna sonora: c’è un attimo di titubanza del pubblico quando l’appagante Sol maggiore della conclusione svanisce; cos’altro può succedere, si stavano domandando tutti. Niente, è stato stupendo così.

Gretel è un brano riadattato per l’occasione: doveva essere una canzone di uno dei precedenti dischi/concerti del gruppo incisi con alcuni cantanti, ma è stato rispolverato per l’occasione con un risultato più che apprezzabile: svettano la furiosa batteria di Sput e la massa orchestrale più possente di tutto il disco.

Uno strano senso di nostalgia avvolge l’introduzione di The Clearing, affidata agli archi e alla chitarra di Bob Lanzetti: League ha preso spunto dai ricordi d’adolescenza riguardanti una foresta vicino alla sua casa. L’ostinato di elettrica e i contrabbassi pizzicati anticipano la melodia di flauto, chitarra e poi archi, che esplodono in una nuova sezione onnicomprensiva. Per rappresentare le attività più adolescenziali che in quella foresta si svolgevano, League sceglie un funk in cui si protendono clarinetti e tromboni, prima che Mark Lettieri, chitarrista assai dotato ed molto espressivo con gli effetti, si lanci in uno di quegli assoli da urlo, come del resto è quello di Mike “Maz” Maher alla tromba wah-wah. L’ultima sezione riassume il senso del pezzo: un tappeto di archi e fiati accompagna un giro melodico jazz-funk, prima del finale, solo in apparenza austero. C’è tempo per una versione reprise del brano appena terminato, più orientata a quell’r&b fresco e complicato, sferzato dal rock dell’assolo di Lanzetti, a cui il gruppo ha abituato i suoi esigenti fans. E sì, se non si è capito, io ne faccio parte.

Lo so, gli Snarky Puppy bisogna vederli e ascoltarli dal vivo per accorgersi davvero della loro grandezza, non solo di esecutori ma di artisti a tutto tondo: come Michael League ama sottolineare, è un gruppo di producers oltre che di abilissimi musicisti, dalla tecnica mostruosa e dalla sensibilità rara, in questi tempi di virtuosismi fini a se stessi che, tolti i fronzoli, non ti lasciano nessuna emozione. Spero di rimediare in futuro e di godermeli live. Nel frattempo, se non li conoscete e siete curiosi, guardate qualche loro video su YouTube: non sarà tempo sprecato. E se vi piacciono,IMG_1507b ricordate di comprare i loro dischi: è anche così che una band come questa può andare avanti e regalare Nuova Musica (maiuscole comprese).

Antonio Carlos Jobim – Stone Flower

Ci sono i musicisti. Ci sono i musicisti jazz. Ci sono i musicisti di bossanova. E poi c’è Jobim. Molto più che una combinazione di questi due elementi, Antonio Carlos Jobim (1927-1994) è stato un compositore geniale, uno dei più originali del ventesimo secolo, a cui in larga misura si deve la scoperta della musica brasiliana da parte del pubblico di massa, anche grazie al contributo non trascurabile del chitarrista Charlie Byrd e del tenorsassofonista Stan Getz, che con il loro Jazz Samba del 1963 hanno svelato il talento di Jobim e la dolce magia della sua musica.

Stone Flower (1970) rispecchia le molteplici e sfaccettate influenze di Jobim, della sua versatilità di pensatore musicale, e della bravura di un altro brasiliano come Eumir Deodato, qui in veste di chitarrista e soprattutto sapiente arrangiatore. Appena si prende confidenza con il suono morbido e la delicata struttura della musica jobimiana, si fa dura scegliere un brano preferito, una melodia più bella delle altre: proprio come nella spiaggia di Ipanema, ogni ragazza ha un suo fascino particolare e la migliore sembra debba ancora uscire dall’acqua come una sirena.

Il privilegio che regala questo disco è quello di poter ascoltare Jobim al pianoforte acustico e, in particolare, al Fender Rhodes, il cui suono inconfondibile, è in perfetta simbiosi con il tocco elegante del maestro. Il protagonista del brano d’apertura, Tereza My Love (dedicata alla moglie) è il tenue trombone di Urbie Green, che si muove su una linea melodia discendente prima di richiamare e rispondere al flauto di Hubert Laws, precedente la melodia riproposta da un piano acustico raffinato; pianoforte che, con l’aggiunta di un eco sognante, detta la giocosa ripetitività di Children’s Games, in cui bene si esprime lo shuffle tutto particolare della batteria di Joao Palma. In Choro apprezziamo quella tecnica di Jobim che, nelle note di copertina, James Isaacs definisce “one-finger piano style”, accostata all’atmosfera creata da archi e flauto.

Brazil, di A. Barroso, uno dei pezzi più noti dell’intero repertorio carioca, vede Jobim tessere elegantemente armonia e melodia al Rhodes e cantare con la sua caratteristica voce sussurrata, mentre il liquido basso di Ron Carter si unisce alle sintoniche percussioni di Everaldo Ferriera e Airto Moreira. Stone Flower oscilla tra una tetra introduzione e una melodia aperta, dopo le quali si esprime Harry Lookofsky al violino e soprattutto il notevole arrangiamento di Deodato, abilissimo nell’unire ed alternare archi, fiati e tastiere in momenti diversi che sembrano parte di un unico nucleo microsinfonico; lo stesso accade, in versione più malinconica e romantica, in Amparo, quasi un notturno dove i due pianoforti vengono accompagnati stupendamente da flauto e archi in un’atmosfera da colonna sonora.

Il delay applicato al Rhodes trascina l’andamento iniziale di Andorinha, un lento che ti fa immaginare una coppia che volteggia leggera in un locale in riva al mare, rinfrescato dalla brezza estiva portata dal trombone di Urbie Green. Con God And The Devil In The Land Of The Sun il cambio non potrebbe essere più netto, per via di quel sax soprano suonato da Joe Farrell che riporta alla mente i fasti di un certo Coltrane e si staglia sull’impianto insistente di fiati, archi e percussioni. In Sabia, dopo l’intro di flauto, un nuovo contributo di Jobim cantante, forse più timido e incerto rispetto a Brazil, ma ugualmente efficace, come i delicati brass e i più elaborati archi. Chiude il lavoro una versione strumentale di Brazil, più breve e leggermente più lenta, in cui Jobim si esprime più compiutamente al Rhodes, nell’ambito di un arrangiamento sofisticato, che accosta benissimo la dimensione lirica degli archi e quella ritmata affidata a contrabbasso e a uno spettro completo di percussioni.

Un disco che scorre in modo assai piacevole, che può far scoprire in maniera fedele la musica di Tom Jobim a chi ancora non la conosce e che riafferma il suo immenso valore a chi è già entrato nel suo universo.IMG_0171b.jpg

Michel Petrucciani – Playground

È facile venire impressionati da Michel Petrucciani (1962-1999). La sua storia, raccontata al meglio dal bellissimo documentario di Michael Radford Michel Petrucciani – Body and Soul (2011), ti cattura in ogni sua parte e riesce difficile credere che non solo un uomo con i suoi problemi ma che un uomo in generale abbia saputo vivere così tanta vita e così tanta musica in soli 36 anni di complicata esistenza. Su tutto domina, appunto, la sua musica, in cui si riflette cristallina la voracità con cui il piccolo gigante affrontava ogni attimo e ogni respiro: dagli innumerevoli concerti ai pregevoli dischi che ha regolarmente sfornato in oltre 15 anni di attività ai più alti livelli del jazz americano ed europeo, emerge un talento straripante, incontenibile sulla tastiera del suo fido Steinway, ma al contempo ricco di idee e freschezza nella dimensione compositiva.

L’album Playground (Blue Note, 1991) è uno delle testimonianze più riuscite e convincenti degli aspetti enunciati. Petrucciani vive forse, a cavallo tra anni ’80 e ’90, la sua fase più creativa e matura, in cui lui, uno dei tanti enfant prodige del jazz, non dimostra più soltanto quella strabiliante disinvoltura da veterano della tastiera, bensì rivela grande sensibilità di compositore e arrangiatore.

Il brano d’apertura, September Second, ha il sapore di quelle giornate strane, quando l’estate cede sempre più posto all’autunno, una sensazione ben espressa dall’impianto armonico, un andamento minore che cede improvvisamente il passo al maggiore, come quando una nuvola se ne va e ti regala uno sprazzo di sole che non sai quanto può durare, e devi godertelo finché puoi. È questa l’atmosfera in cui si snoda la pregevole fluidità sugli 88 tasti di Petrucciani, con una mano sinistra che imposta l’armonia preautunnale mentre la destra insegue gli ultimi scampoli d’estate.

Con Home viviamo un viaggio caro a tanti musicisti: il concetto di casa, con tutti i suoi riflessi melodici e armonici, affascina i musicisti da sempre. Per Michel questo viaggio non è scontato come una cadenza perfetta, ma ricco di accadimenti e intrecci, segnati tanto dalla bella melodia al pianoforte, quanto dall’elaborata batteria di Omar Hakim, molto presente ma non invasiva, e dal fraseggio del basso (o, come lui preferisce, della chitarra contrabbassa) di Anthony Jackson, maestro nel costruire trame sotterranee e disegni efficaci.

In P’tit Louis Petrucciani è molto giocoso, proprio come un papà che si siede al piano e suona migliaia di note per far ridere il proprio figlio; il pianista, nell’introduzione ripresa poi nel finale, rivela anche quell’ispirazione che nasce dallo stupore e dalla tenerezza di essere padre. Miles Davis’ Licks omaggia il mito e quella sua musicalità diretta e ricca di spunti che ha catturato generazioni di appassionati e praticanti; Michel ha appreso la lezione di Davis, ci scherza sopra (citando Jean Pierre) e dà ulteriore prova di maestria.

A impreziosire Rachid la sapiente ritmica dello storico amico Aldo Romano, mentre quella di Brazilian Suite #3 è impostata dalle percussioni di Steve Thornton. Gradevolissime ma meno incisive Play School e Contradictions: la prima abbraccia una fusion piuttosto dritta e regolare, la seconda potrebbe insistere di più sul basso riff funk dell’inizio e richiama in assolo licks precedenti.

Laws of Physics è davvero una piccola gemma: la semplice sequenza di accordi, sostenuta dai sintetizzatori del compositore Adam Holzman, è come se desse al nostro Michel due nuove gambe con cui correre libero sfidando le leggi della fisica. Dopo una tenue introduzione in piano solo, arriva il resto e non capisci bene in che contesto sei, ma poi c’è la melodia: ed è bella, ma timida di fronte a quella tessuta dalla insaziabile mano destra del pianista francese, che domina lungo tutta la durata. E’ uno di quei casi in cui hai talmente chiare le coordinate musicali che ti aspetti (e quasi pretendi) che l’improvvisatore ti guidi alla scoperta del nuovo: in questo, Petrucciani non delude, passionale mai smielato, complesso mai contorto, semplice mai banale.

Felice l’idea della beboppara Piango, Pay The Man, in un trio piano-basso-percussioni molto frizzante, che anticipa la chiusura con il piano solo di Like That: lontana da una composizione vera e propria, sembra richiamare quella improvvisazione come composizione estemporanea cara ai migliori jazzisti.

L’album merita, eccome. Pare solo volare un po’ troppo in fretta, con i brani quasi tutti sfumati sulle scie lasciate dalle note di Michel, il quale promuovendo dal vivo questo e altri suoi lavori ha dato invece prova di forza e creatività inesauribili, interrotte troppo presto dalla malattia eppure così piacevoli ancora oggi.IMG_0342b